6 posts from 2006
- January
- February
- March
- April
- May
- June
- July
- August
- September
- October
- November
- December
“La solitudine che cerco è la solitudine che trovo nell’attraversare per la prima volta una strada sconosciuta e scoprire che, per un disegno ancora oscuro, posso procedere un passo dopo l’altro come se questa strada mi appartenesse. Voglio e devo percorrerla poiché così è stato deciso. Libero arbitrio - l’opportunità di scegliere, insomma - e predeterminazione convivono non senza tumulti nella mia visione del mondo, direi nel mio essere nel mondo,come in un gioco di scacchi studiato, lucido ed ineluttabile . Non in astratto ma in ciò che poi alla fine faccio per rimanere solo.”
Sorseggio il secondo caffé. Oggi ho voglia di zucchero (l’aspartame mi lascia un retrogusto amaro in bocca) ed accendo la prima sigaretta della giornata. Vorrei sapere cosa dire. Cosa Jack si aspetta di sentirsi dire
dopo questo ‘ deep - inside - start up ’ mattiniero di stampo ontologico /paraculo.
Cosa sarebbe azzeccato replicare ad un uomo capace di sorprendermi quotidianamente con piccole cose di ottimo gusto (penso alla rosa sul cuscino mentre sono ancora sotto la doccia, sento solo sbattere la porta e deduco sbagliando che se ne sia andato senza nemmeno un ‘ciao‘ ) e poi mi scarica con una lunga ‘pippa’ sulla dicotomia nella fattività del passero solitario.
Terminato il caffé ormai disgustosamente freddo, guardo fuori dalla finestra cercando una via di fuga dignitosa e vedo la scena della colazione sui tetti fra Richard in accappatoio bianco e Winona: ‘Autumn in New York’. Che mi devo inventare un male incurabile per un remake di colazione autunnale a Londra?
- Claudia, mi ascolti?- Jack interrompe la mia sceneggiatura interiore.
“Si, certo. Se dovesse servirti dell’aceto balsamico, passa pure da Waitrose. Ne hanno sei tipi diversi”. E’ l’unica cosa che mi viene dal cuore. Bisbetica inacidita. Per fortuna ci separa solo una rampa di scale, quindi posso lasciare il suo appartamento in accappatoio. Questa (ed ultima )volta senza calze del tutto.
Chiamo Matteo a Roma. Risponde dopo pochi squilli: “A’ bbona, che’ sse disce?” - mi ritorna il sorriso al solo ascoltare quell’accento. “Cambio zona, itinerario…il mistero, l’ambiguità….quando torni?” - confidando in un repentino: “Domani”. E domani fu. Non riesco a comprendere come si possa lasciare Roma per Londra, eppure Matteo è di fatto un romano londinese: quindici anni trascorsi a Trastevere e quindici a Londra, tra Fulham Road, Archway e Golders Green. Da pendolare privilegiato, un Marchese del Grillo Beatle.
Il rientro dagli Emirati Arabi risale al 27 luglio scorso. Triste e sgomenta per l’inaspettata scomparsa di papà. Prematura, un fulmine a ciel sereno.
Ho vissuto ad Abu Dhabi per un anno, lavorando come Restaurant Manager presso Le Royal Meridien Hotel. Nel giugno 2006 ho trascorso una ventina di giorni fra Dubai e Abu Dhabi, una ‘vacanza-studio sociologica -la definirei. Una vacanza che avrebbe dovuto aiutarmi a prendere una decisione: cogliere - e sentire mie- le straordinarie sfaccettature di un ambiente così nuovo, paradossale, dalle sfacciate contraddizioni (Ferrari e cammelli), dal fascino magnetico, per capire se avrei avuto il coraggio e la determinazione di investire almeno un anno di vita, da sola, in un mondo così diverso. Galeotti furono: un mega striscione che rivestiva lo scheletro di un grattacielo in costruzione - ‘We’ve set our vision higher - ed una serie di bandiere lungo Shk Zaied Road - Jumeirah Resorts: the lifestyle of a lifetime -.
Le campagne pubblicitarie dei Real Estates -investimenti in marketing e comunicazione consentiti solo dai fiumi di petrodollari- sono aggressive, accattivanti ed efficaci. In particolare quelle di ALDAR (www.aldar.com ) ed EMAAR (www.emaar.com) -siti che vi invito ad esplorare poiché contengono photo galleries che naturalmente valgono più di mille parole.La forza di questi messaggi sussumono la progettazione di un mondo nuovo e ‘perfetto’ e sottendono la promessa d’ingresso all’Eden perduto (‘the ultimate address’ ). La promessa di una dimensione di vita cui tutti, penso, aspirino: di sicurezza, di cultura e benessere, di assenza di criminalità, di tolleranza, con scuole ed università internazionali finalizzate ad una crescita culturale integrata, multi- etnica e pacifica. Si pensi alla recente apertura di una succursale de La Sorbonne di Parigi - www.paris-sorbonne-abudhabi.ae ed al relativo mission statement: ‘A bridge between civilisations’ .
Accetto la sfida e firmo un contratto di lavoro che, con il senno di poi, giudicherei forse discutibile, ma tutto è incredibilmente facile ‘dopo’.In un libro di Massobrio si legge: ‘ Cos’è l’incontro? E’ un fatto che accade nella vita di ciascuno di noi, un guizzo, uno sguardo, quasi un bagliore che evoca una verità. E ci corrisponde come nessuna altra cosa. Non è mai predeterminato, non è mai costruito: un incontro accade, quasi come una luce nella notte che ti riporta a casa, ti riconduce a un’origine buona, a una strada che stavi abbandonando nella giungla dei mille pensieri e delle cose importanti di ogni giorno.’ Questa corrispondenza d’amorosi sensi io l’ho provata e trovata ad Abu Dhabi e mi auguro di tornarci presto.
Per quanto riguarda la condizione femminile, posso affermare che la maggioranza delle donne emiratine che vivono nella capitale - perché ad essa si limita la mia esperienza- godono di numerosi privilegi e di un grande benessere economico. E l’Abaya, l’abito tradizionale, tipo ‘Mottarello ricoperto‘ , si rivela più uno strumento di seduzione, in molti casi, che una prigione. Fiona Swarovsky ha firmato una linea di Abaya costosissime, tutte profilate ed abbellite con strass e pietre dure. Chiamala prigione! In banca, ad esempio, se sei donna non fai la fila, vige il : ‘ladies first’, così come in tutti gli uffici pubblici. Molte donne trascorrono il pomeriggio nelle shopping mall, indecise fra Bulgari, Fendi, Chanel o Vuitton. Io, senza Abaya, donna occidentale ‘libera’, expatriot -come ci chiamano -lavoravo in media 12 ore al giorno, con un day off intero ogni 15 giorni. So What?
Ribadisco che la mia esperienza riguarda solo la capitale e non ho avuto modo di conoscere la vita delle donne islamiche che vivono in zone più povere o in Paesi più rigorosi come il Sud Arabia. Trovo invece più svilente la condizione della donna orientale (filippina, nepalese, indiana) al servizio della profumatissima ed ingioiellata emiratina. Colf e babysitter trattate davvero spesso come esseri inferiori, di cui però, paradossalmente, non possono fare a meno, travolte come da uno tzunami, nel tourbillon di sedute alla SPA e locali très chic, creati ad hoc, dove sfoggiare the ultimate Gucci bag.
Litigio telefonico con mia madre.
Non riesco a trattenere le lacrime. Il dolore sordo, secco,
perseverante mi rende affannoso il respiro. Il semplice mandar giù la
saliva è uno sforzo, un’ennesima, insopportabile quanto mai inutile,
consapevolmente ripetitiva fatica di Sisifo. Abbiamo litigato di nuovo
e mi chiedo perché l’unico modo di venirmi incontro sia pormi un
questionario, sia, letteralmente “fare domande ed attendere risposte”,
ma le risposte 'giuste'. E mi chiedo perché si accontenti e si quieti
assorbendo passivamente le mie di risposte, ormai rassegnate, sempre
uguali, evasive e banali, come se l’interesse per il loro contenuto non
avesse alcuna ragion d’essere. Mi chiedo perché mi abbia insegnato ad
amare Sigfrido e gli eroi belli di fama e di sventura per umiliarmi
costantemente. Umiliarmi. Perché lei ha ragione. Perché lei sa come si
fa. Perché lei è responsabile, affidabile, costante e soprattutto
perché lei mi ama e mi ha messa al mondo, desiderandomi. Non per
distrazione, non per una notte di passione fra lenzuola complici,
carezzevoli e bugiarde. Ma per un abbraccio forte, sicuro, certo, puro,
per sempre. Per uno sguardo dolce. Per un atto d’amore sincero. Perché
mi fa desiderare l’oblio? Perché riesce a togliermi il sonno e,
lentamente, la voglia di vivere?
La telefonata mette in crisi Jack. ‘E adesso che si fa?’ - glielo
leggo negli occhi. Dopo il musical avrebbe voluto raggiungere un
collega al Sanderesen Bar. Saliamo sul primo cab e scendiamo dopo dieci
minuti. Percorsi sì e no 300 metri. Il West End la sera in macchina è
assolutamente improponibile. Accorgendosi del mio cattivo umore fa il
pagliaccio: si blocca contro il muro fingendo delle coliche, si
accartoccia su se stesso attirando l’attenzione di qualche passante, in
particolare di una bambina tutta vestita di bianco in una carrozzina a
pochi metri da noi. La piccola si spaventa e cerca di calamitare l’
attenzione: ‘Daddy! Daddy!’. Il padre ( presumo) che la spinge è troppo
impegnato al cellulare, ride, ride davvero di gusto. Non credo si
accorga di noi, non credo si accorga di sua figlia. Jack si ricompone
dal falso malessere ed inizia a camminare zoppicando, così riesce a
farmi dimenticare mia madre per un attimo . Rivedo all'improvviso
Zuzzurro e Gaspare ripresi in improbabili scorci con la telecamera
sghemba e instabile. Mi avvicino alla guancia (niente barba oggi?). Lui
mi porge le labbra e si lascia baciare, a lungo. Raggiungiamo Philip al
Sandersen. Ci saluta Fabrizio, il barman di Latina dagli occhi blu,
che scioglie i cubetti di ghiaccio tra le mani per scaldare l’
immaginazione delle segretarie mentre ordinano un Martini, distrutte da
una giornata al desk . Fa un cenno indicandoci un posticino libero in
giardino. Tre Pink Panters e poi altri tre, accompagnati da semi di
mais tostati, mandorle al miele e pistacchi - squisiti, se non fosse
che ci perdi gusto pensando al ghigno del dentista. Philip non ama
Jarry Hall, anzi attende le prossime rappresentazioni per godersi il
musical senza ritrovarsela sul palcoscenico. Fra due settimane sarà
Linda Gray a vestire i panni di Mrs Robinson. ‘Te la ricordi?’- dice
sorseggiando – ‘la moglie più cornuta di Dallas…Sue Ellen’. ‘Dunque non
può resistere senza JR! – dice Jack- ‘Sì, perché lui è in città,
presenta un libro, una biografia, sempre con il texano in testa e il
whisky in mano, ma non ricordo dove alloggi, forse al Mandarin.
Qualcuno ne parlava oggi in ufficio.. o alla radio…non ricordo ’. ‘Un
altro cocktail?’- aggiunge Philip. Una serata con lui e poi scordati di
presentarti puntuale al lavoro. Ringrazio il cielo di non avere impegni
fino alle tre del pomeriggio successivo. Jack mi lancia uno sguardo e
declina, anzi, chiede il conto a Matilda. Sorriso raggiante. Poverina,
sarà arcistufa del ritornello Ma-til-da! Ma-til – da! canticchiato, al
quarto, quinto cocktail da imbarazzanti brokers con la cravatta
macchiata di rhum, Harry Belafonte improvvisati . Fortunatamente Jack
le risparmia questa tortura e si limita a un galante, ma per certi
versi peggiore ‘That’s for you, young lady’, lasciandole dieci sterline
di mancia. Young lady?. Io odio essere chiamata così, specie se con
tono paternalistico, e dal suo sorrisino non più raggiante ma tirato e
fasullo credo proprio che anche Matilda la pensi come me. All’uscita
Fabrizio mi saluta con strizzatina d’occhio. So che vorrebbe avere
notizie di Matteo – un pezzo che non si fa sentire con gli amici del
Caffè al Soho – ma non mi va di parlarne davanti a Jack, cui
naturalmente non sfugge il gioco di sguardi. Si lascia scappare un
laconico ‘Voi italiani vi conoscete tutti ’. Io fingo di non aver
percepito il leggero fastidio e chiudo l’argomento con un noncurante
‘Of course’.
Capitolo 3 Jack Moore aveva bussato alla mia porta perché aveva bisogno di aceto balsamico. Quattro amici a cena, aveva già pelato le arance, separato ogni spicchio e disposto i gherigli di noce e parmigiano al centro di ciascun piatto in porcellana romboidale color vaniglia, tovaglietta all’americana color caffè, posate in acciaio dalla sagoma improbabile, sicuramente di qualche rinomato designer svedese che ovviamente odia il cibo- scommetto vegetariano, lo sfido a tagliare un filetto di torello con un coltello simile! Jack adora ascoltarsi, si scoperebbe da solo, cura le pubbliche relazioni per ‘The Bonhams & Brooks Network’ nel Kent- così, almeno, disse- ed era a Londra da tre mesi. Molto interessato a piazzare ad uno dei suoi ospiti giapponesi un bronzo del secondo secolo a.C., "un imperdibile frammento bronzeo di maschera femminile romana in asta a partire da 8.000 sterline, giovedì 26"- ci tenne a precisare dopo la richiesta dell’aceto. La cena insomma era un modo come un altro per sciogliere le briglie al giappa, che però sarebbe dovuto arrivare da un minuto all’altro. Troppo tardi per scendere a comprare dell’aceto balsamico e bagnare gli spicchi d’arancio. "Perdona il disturbo"- aggiunse- "domani ti racconto e se sistemo la romana, cena da me". Rientrato da Bali pochi giorni prima, la pelle levigata dal sole, incredibilmente buffo, stile panda in estinzione per il segno inevitabile degli occhiali scuri, Jack è il ragazzo che tutte le donne che conosco desiderano portarsi a letto. E più di una mi avrebbe invidiata a morte per il solo fatto di non aver scordato l’aceto balsamico nella lista della spesa. Non avvertiamo tutto ciò che proviene dall'esterno indifferentemente, con la medesima chiarezza. Solo alcune percezioni sono limpide, mentre le altre o non lo sono affatto o lo sono appena, in modo confuso. E’ come quando entri in un locale pieno di gente e sei bombardato da luci, suoni, immagini, voci, ma sei attratto da un’unica cosa e tutto il resto viene escluso, rimane ovattato, ai lati, alle spalle. L’attenzione è un processo attivo, l’energia mentale si concentra sopra alcuni stimoli soltanto ed esclude gli altri. La mia attenzione si era concentrata su quel: "domani ti racconto" che Jack aveva lasciato cadere dall’alto, tronfio come al solito. ‘Historia magistra vitae’: la più grossa cazzata che sia mai stata concepita. Se così fosse, vivremmo tutti nel giardino dell’eden sorseggiando beati del buon barolo. L’illusione è un errore di percezione: il relazionare una sensazione ad un oggetto o ad un pensiero che non è reale, non è vero, ma frutto di un banalissimo, fottutissimo sbaglio. Se la storia fosse un bagaglio di esperienze utili a non commettere più errori, non avrei mai accettato l’invito a cena di Jack. Forse avrei dovuto attendere il giapponese nel sottoscala, sopprimerlo nottetempo impedendogli così di acquistare la dannata maschera romana del secondo secolo, proteggendo me stessa dall’inevitabile destino. Ma, guarda un po’: la sventurata rispose. Non ero chiusa in un convento- all’epoca dividevo un grazioso mini appartamento con Matteo, pittore trasteverino - Jack non assomiglia lontanamente all’ Egidio di manzoniana memoria, eppure l’illusione, la più fasulla delle interpretazioni possibili, ha prevalso. Ergo: ho accettato l’invito- Matteo era a Roma e la storia fra noi finita da qualche mese comunque- ho cenato, ho ascoltato della buona musica. Ho riso, molto. Due rhum invecchiati: mi sfila la calza sinistra, appoggia la mano sul ginocchio e mi divarica lievemente le gambe continuando tranquillamente a parlare di quanto penosa fosse stata l’attesa in aeroporto al rientro da Bali per un ritardo di 6 ore del volo, con l’altra mi porge un sigaro e con voce roca: "Vuoi?" Mi alzo, lo bacio sull’orecchio e lascio l’appartamento con una calza sì e una no . In fondo ci separava una sola rampa di scale. Da bambina mi è capitato di rannicchiarmi nel letto impaurita, convinta di aver visto un fantasma in fondo al corridoio, nella semioscurità. In realtà si trattava di un’illusione, una camicia bianca di papà, ancora da stirare, appesa sul porta abiti. Confusa dalla poca luce associavo, quella cosa bianca laggiù ad una immagine, quella del fantasma, che era reale sì, ma nella mia fantasia o nei miei incubi. E così mi accartocciavo fra le lenziola. Trent’anni dopo mi ritrovo amareggiata,fra le lenzuola, matrimoniali però. Per un’illusione. Quella di poter trascorrere una serata piacevole con un uomo gentile e galante senza doverosamente rientrare a casa con biancheria intima da ricomporre e senza, soprattutto, sorbire all’indomani il: "Ma dove vivi?" –inesorabile, cinico, insopportabile di Sara, mia ex coinquilina, ‘signorina so tutto’, anzi peggio, di quelle: ‘sapevo già, te l’avevo detto’. "Jack vuole divertirsi, come tutti gli uomini poi…. Cosa ti aspettavi…io non ti capisco…" eccetera, eccetera. Segue monologo di quaranta minuti ricco di lunghe e precise citazioni dalla Bibbia di Sara: "Gli uomini da Marte, le donne da Venere: guida pratica per migliorare la comunicazione e raggiungere ciò che desideri in una relazione", il best seller di John Gray. In modo scientifico si esplicita il concetto che l’uomo ragiona con l’uccello. Non proprio così, in realtà: il saggio esplora le differenze intrinseche fra uomini e donne ed aiuta ad identificare e comprendere la radice della frustrazione nelle relazioni con l’altro sesso. Frustrazioni che nascerebbero da proiezioni di aspettative poi puntualmente e necessariamente deluse. Non sono cattivi, insomma, vengono solo da un altro pianeta! Sara possiede un numero ridicolo di ‘guide pratiche per…’. E tali letture le hanno imbottito il cervello di ciò che più mi atterrisce: la certezza e la soluzione da manuale ad ogni situazione. ‘La gnoseologia della commessa di Zara’ - senza nulla togliere all’intera categoria delle commesse, né tanto meno alla catena di negozi d’abbigliamento più trendy del momento- è una sorta di teoria della conoscenza talmente fastidiosa e semplicistica che mi domando ancora perché ogni giovedì sera continuo con il rito dell’aperitivo insieme alla mia ex coinquilina, paladina per antonomasia di tale teoria: la risposta giusta ad ogni domanda. Una teoria che pare venga condivisa ed abbracciata da tutte le dipendenti di Zara che ho avuto modo di incontrare negli ultimi tempi. A questo punto penso si tratti di una conditio sine qua non: o ti sei letta 35 guide pratiche per destreggiarti fiera e vai in giro a distribuire il tuo presunto sapere anche a chi non ti ha chiesto assolutamente né consigli né giudizi, o da Zara non ci lavori. Il giovedì successivo, stizzita dal sermone post cena con Jack di Sara, rinuncio all’aperitivo e dò un’occhiata al programma cinematografico al Curzon Soho, spesso proiettano film italiani e decido andarci. L’avrò visto almeno quattro volte ma mi piace sempre. ‘Una giornata particolare’ con Mastroianni e la Loren è poetico e coraggioso in un’epoca in cui il gay pride non si poteva neppure lontanamente concepire. Ho già ritirato il biglietto al distributore automatico e mi cadono le chiavi dalla tasca. "Credo siano tue"- la voce roca di Jack. Ci sono momenti in cui se potessi cliccare l’opzione: ‘Ciak! si gira’ nella vita di ogni giorno, vorrei poter girare la stessa scena almeno tre volte. Ringrazio, sorrido senza deglutire e cammino verso il corridoio di Sala 1 senza voltarmi, come se le chiavi fossero state raccolte da uno qualunque. Ringrazio, non sorrido, mi irrigidisco, arrossisco e resto lì impalata come un’ebete ed attendo che lui dica qualunque cosa pur di levarmi dallo stato catatonico in cui mi trovo. Ringrazio, lo abbraccio e senza convenevoli entriamo insieme al cinema, si fa buio, lui mi bacia, mi affonda la lingua in gola e mi ritrovo un lago fra le cosce nel giro di 4 minuti. Tutte queste opzioni risalgono all’essere stata fottuta da Cenerentola. Sì, perché ti aspetti comunque che l’uomo ti salvi, ti levi dai guai, e si comporti da principe azzurro. Jack Moore cestina le tre opzioni della favola in un battibaleno e mi sventola due biglietti per "Il laureato" sotto il naso. "Scommetto che hai già visto la Loren una decina di volte, credo sia molto più divertente Jerry Hall nei panni di Mrs. Robinson. Andiamo".- Perentorio mi dice. La ex di Mick Jagger è una donna statuaria, magnifica, elegante, sinuosa, una bellezza aristocratica. Per quanto le critiche non abbiano osannato l’interpretazione, mi è piaciuta un sacco: ha presenza scenica notevole, rapisce lo sguardo, è gelida, seducente, spietata, una lupa che ha fame, di tutto. Unico neo: dopo averla ammirata così da vicino ti senti davvero goffa, provinciale, vorresti correre dal chirurgo plastico e pagare qualunque cifra pur di assomigliarle anche prima, ma molto prima di raggiungere gli anta.
Ci sono Prof che prima di iniziare il faticoso percorso didattico e pedagogico dell’insegnamento dovrebbero - almeno quelli, pochi, che lo vivono in questi termini- fare l’impossibile per cambiare cognome. E’ perfettamente normale che gli alunni, soprattutto delle medie inferiori, si scaglino ferocemente contro gli insegnanti, deridendoli, imitandoli, divertendosi con poco, prima di scoprire l’effetto dei paradisi artificiali e dimenticando la gioia di andare a scuola anche e soprattutto per deridere i docenti.
La poverina di turno insegnava matematica e si chiamava- anzi , si chiama, non essendo passata a miglior vita- “Signorina Lidia Campanelli”.
Ora, la scuola media che frequentavo si trovava alla fine di un lungo viale alberato e con due miei compagni di classe e merende, armati di gesso, abbiamo scritto per terra lungo circa un chilometro centinaia di DRIN… DRIN… DRIN… DRIN … sapendo perfettamente che la Signorina avrebbe dovuto percorrere quella via ogni santo giorno. Sono trascorsi ormai 16 anni dall’esame di terza media eppure, ripensando a quella crudeltà spontanea non certo sottile, rido come una pazza, ancora, come allora.
Da Selfriges, fra gli altri, c’è un Oyster bar, un angolo delizioso e molto chic al pian terreno dove per 15 sterline bevi Moet e ingoi ostriche freschissime. Ammetto: non amo le ostriche, credo sia un piatto prettamente maschile, che soddisfa il palato maschile, sa molto di mare e sa molto di femmina. Ma ho voglia di uno champagnino e poi mi fermo perché trovi sempre qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere e di solito, senza impegnative conseguenze, lo champagnino arriva gratis. Non ci posso credere: la Signorina Camapnelli si sta riempiendo la gola con il mollusco. E’ lei, è sicuramente lei.
Mi avvicino, le sorrido. Mi guarda. Imbarazzata, ha la bocca piena. Oplà, la molle creaturina del mare scivola giù: andata. Mi sorride per gentilezza ma è chiaro, non mi riconosce. A 14 anni ero alta…beh, uguale. Ci vedevo bene però, sì, niente occhiali. Capelli? Al tempo ciuffo ossigenato ‘new romantic’. Ora mi limito a barrature tono su tono biondo miele.
Insomma, ha tutte le ragioni per non ricordarsi che stavo in terzo banco, in terza C. Lidia Campanelli non è cambiata per nulla. Veste sempre rigorosamente di nero, un carrè corto con accenno di frangia, oggi porta le scarpe da ginnastica.
Turista? Non capisco perché quando uno decide di andare qualche giorno in gita- sempre che la prof sia in gita- puntualmente indossa le scarpe da ginnastica, sì perché cammini tanto e sono comode e poi, sai, se piove…Esiste un sacco di alternative alle scarpe da ginnastica per stare comodi….
Comunque, il suo sguardo incrocia il mio una seconda volta ed ora è lei a sorridermi.
Dai, dai, dillo! Terzo banco, terza C!- forse sta facendo mente locale, penso. Si passa le dita fra i capelli, lascia una ciocca appoggiarsi dietro all’orecchio e con inevitabile forte accento italiano mi invita al banco con un: “Fancy a glass of Champagne?”.
Ragazzi, la prof mi sta rimorchiando!
Non posso proprio rivelare la mia identità adesso, primo perché a glass of Champagne Louis Roederer costa UKP 8.78 al bicchiere, ergo, lasciamo pagare ‘a Saffo!- come direbbe Lucio, amico mio romano de Roma- ed in secondo luogo perché la cosa mi diverte troppo.
Sulla nazionalità non posso mentire, per cui le chiedo se per caso sia italiana pure lei. Arrossisce e annuisce.
Cristo! Se dovesse ricordare all’improvviso terzo banco terza C, cadrebbe in svenimento.
Le appoggio una mano sulla spalla e con l’altra mi allungo verso un piattino con di tempura facendo in modo di sfiorarle il braccio con il seno. Si sta rilassando, si sente già di più a suo agio, mordo lentamente il canapè e avvicino alle sue labbra un pezzettino di pastafrolla .
“Madam.”- Interrompe l’idillio il barman appoggiando due flute sul banco.
Non le stacco gli occhi di dosso, sta arrossendo ancora.
Sorseggio e le chiedo il nome. “Lidia” – mormora, e abbassa lo sguardo.
“Piacere, Claudia”. E le stringo la mano, forte, decisa.
Minuto di silenzio, ma non imbarazzante. E mi domando come procedere, anche perché l’ultima volta che una ragazza mi ha ficcato la lingua in bocca è stato un gioco, un trucco per passare inosservata alla biglietteria del G.A.Y. in Tottenham Court Road. Concerto dei West Life: avrei fatto di tutto per entrare.
Se le dicessi: “ Ma certo! Lidia Campanelli….non ci posso credere!…La prof che mi rimorchia con lo champagnino…!” dovrei chiamare il 999 per soccorso medico e se continuassi con patetici giochi sterilmente provocatori mi sentirei davvero un verme. Scelgo l’unica via: ‘sedotta e abbandonata’.
“Oh, Santo cielo! Le 3.00!”- mi riesce bene, stralunata al punto giusto, né troppo, né troppo poco.
“Sì, sono le 3.00…dove va? Posso…questo…le lascio il mio…”- e dalla tasca fa scivolare una business card, bianco opaco, bel cartoncino, 350 grammi, d’impatto:
Lidia Moore
Financial Advisor
Mobile 771 8355551
Lidia.Moore@kpmg.co.uk
“Temo di aver lasciato la mia in macchina- quale macchina?- la chiamo io, oppure ci rivediamo qui, ci passo nel week end. (No, errore non dovevo aggiungere dettagli, magari me la ritrovo fra i piedi..) Grazie per lo champagne… devo andare.”
Le accarezzo il polso, la prof mi guarda attonita e mi defilo.
Attraverso il reparto cravatte in 0,9 secondi. Sono già ai foulard di Hermés quando sento un “Ciao Claudia! Champagnino?”
“Cazzo no! Devo uscire di qui.” Penso trafelata.
E’ Marta. Acquista un accessorio ogni sabato pomeriggio: va pazza per i cappellini Orla Kiely, a volte ripiega su Lulu Guinness, penso di aver contato almeno 18 Glam Bags di Accessorize in camera sua, per non parlare di una trentina di farfalline gioiello per capelli, rigorosamente Swarovski, anche se di Fiona ha solo i capelli- quello sì, mossi, ora di un rosso tiziano quasi naturale, lunghi sotto le spalle, camminando le si muovono morbidi, compatti, quasi una zoomata su un Angelo di Charlie, anche perché riesce a spendere 40 sterline ogni venerdì mattina da Tony&Guy per, sai, ‘un’ aggiustatina’.
“Marta, no, non adesso”. Mi ferma per il braccio. “Ma cos’hai?”- continua “Sei pallida. Stai poco bene? Ho del Lemsip se vuoi…”- Oltre alla passione per gli accessori, Marta svaligia il bancone di Boots di ogni sorta di paracetamolo, anti questo, anti quello, fondamentale che sia anti e ad effetto rapido. Il che, transeat, ma nel suo caso è vero e proprio spaccio!
“Marta scusa, forse l’aria condizionata. Devo uscire”.
Mi scanso e procedo cercando l’uscita che non mi porti sulla Oxford Street. A quest’ora fai a pugni per raggiungere il bus stop.
“Ok, ma vengo con te. Non ti lascio così”.- Premurosa, al solito. “Marta, ti chiamo io, ciao”. Capisce, per fortuna, e si distrae immediatamente, rapita davanti all’ultima borsa Long Champ.
Non avrei retto 2 ore di dramma da ‘fashion victim’.
E poi ho un senso di nausea, la gola secca, voglia di girare l’angolo e ritrovarmi nel silenzio più totale, distesa nell’erba, beh su un plaid di quelli belli, scozzesi, a quadrettoni. L’unico vero lusso che non ci si può permettere appena lasciato Selfriges. Hyde Park è a 10 minuti a piedi. Bene.
Moore…. Moore… ha cambiato cognome, si è sposata e poi ha scoperto di preferire le bionde. Oppure …perché sto così? Quasi un’ anaconda mi stesse stritolando il collo.
Il controbalzo
Capitolo 1
Non so cosa cavolo mettermi, credo per la prima volta.
Mal sopporto le modaiole perché non hanno stile, sono camaleonti dall’identità perduta, anzi mai avuta: una stagione collegiali perché fa molto Cambridge, un stagione camminano sulle uova ma non rinunciano ai jeans con stiletto fluo perché fa molto London Fashion Week, una stagione si riempiono di collane di legno, parei equo solidali e tornano castane/mogano perché va l’etnico – tanto il marito va comunque a letto con la biondina del bar di fronte. Forse un pò zoccola,ma almeno non subisce la moda.
"Sì, pronto?"
"Buongiorno Claudia. Sono Martini, Giada Martini"
Troppi 007 o troppi Martini, ‘sta stronza - penso, ma mi esce un distaccato:
"Ah, buongiorno a lei. Ci vediamo alle 12.00?"
"Assolutamente. Libanese?"
Non fumo da almeno dieci anni ma immagino si riferisca al menù.
"Sì, benissimo".
Come faccio a dirle che ho finito il barattolino di Lebneah in offerta alla Sainsbury a 50 p proprio 10 minuti fa?
"L’aspetto in cab sotto casa alle 11.30, così ne parliamo in macchina".
Non porto l’orologio, non so che ora è. Cerco il telefonino… che idiota, ci sto parlando… che cazzo di ora è?
"Ok, a dopo". E chiudo.
Sono le 10.43. Vorrei avere il tempo di sistemare dieci camicie sul letto sculettando, sciogliendomi le spalle, dandomi due veloci occhiatine allo specchio in autocontemplazione, Blondie in sottofondo dovrebbe gorgheggiare ‘Call Me!’, ma dove le trovo dieci camicie? E quindi metto addosso il solito abito sottoveste pesca, con il solito golfino misto cachemire ecru, la pashmina ecru, bagno le ginocchia di Monsieur Lanvin - così quando incroci le gambe ti compiaci inebriata- e infilo l’anello di fidanzamento (lui si è sposato con un’altra cinque anni fa ma porto volentieri un solo gioiello importante, importante per me, almeno. E poi si stanno già separando).
Sono le 11.05. Trucco parecchio gli occhi, adoro il kajal. Solo una passata di gloss sulle labbra, non mi servono le iniezioni di collagene.
La bocca è ok.
Sono le 11.19.
"Sì, pronto?"
"Claudia ! Salve. Martini. Giada Martini!"
Di nuovo. La sindrome di Sean Connery. Questa è scema.
"….Mi dispiace terribilmente, sono bloccata in Kensington Rd, non sarò lì prima di….25 minuti…. almeno!"
"Credo le convenga scendere e passata la shops parade imboccare Earls Court Road, la aspetto all’angolo con la Cromwell, poi ci muoviamo da lì".
" Ha ragione, a dopo! Se non avessi questi stiletto!"
Perfetto: è scema con stiletto- fluo, sicuramente.
Infilo apposta le topolino di Marc Jacobs (proprio quelle di Kate Moss sei anni fa) che ho trovato a Spitalfields per 25 sterline, ieri.
Eccola. Arriva. Stiletto giallo limone. Come volevasi dimostrare.
"Mi dispiace terribilmente!"- quasi in lacrime, manco mi avesse ucciso il cane.
"Non c’è problema. Se non ha prenotato il tavolo possiamo ripiegare su un piatto veloce al Balans: è solo a 5 minuti a piedi da qui."
"Al Balans?"
Scema, con stiletto e terrorizzata dai gays.
"Io credevo che….". La interrompo impedendomi di ricoprirla di improperi e retorici discorsi sulla tolleranza.
"Fanno i migliori asparagi e uova della città".
"Davvero? Sì, se lei conosce…certo…."- ma i suoi occhi dicono: "Da quei finocchi? Che ci andiamo a fare?"
A questo punto non la prendo sotto braccio, temo rischierei una denuncia per adescamento e le sorrido:
"Quanto sono belle le sue scarpe!"
Si illumina di immenso, si è già dimenticata che stiamo andando a pranzo dai finocchi e distrattamente, senza neppure guardare a terra, risponde:
"Anche le sue, mi piacciono un sacco".
Ma abbassa lo sguardo, realizza e deglutisce "Mio Dio- sta pensando- andavano di moda 4 anni fa!" E se ne esce con: "Oh! Sì! Un vero classico! Jacobs…. belle".
Il pranzo è durato 45 minuti. Dopo il black coffee, niente latte, accendo la sigaretta. Giada ovviamente non fuma, ma al Balans sono finocchi e, Dio li benedica! si può fumare. Ancora per poco: sta uscendo la legge per cui non si potrà fumare neppure nei pubs. Secondo me sarà un disastro economico. Dopo aver deciso di smantellare le cabine del telefono, quelle rosse che i ricconi fanno la fila per acquistare anche a 30.000 sterline l’una per trasformare in eccentrici, ma storici box doccia, smantelleranno anche i pubs?
Saluto Giada, sale su un cab alle 14.10.
Mi incammino verso l’albergo, felice di aver firmato il contratto. Il mio libro uscirà, ad agosto. Posso tornare a casa.