A tutti i miei amici che a buon diritto tuonano contro l’amministrazione Bush -ma non hanno prestato servizio militare-.
A quelli che con spavalderia sottolineano quanto una divisa non faccia un uomo e che una divisa macchiata di sangue e meta anfetamina sia più deprecabile di un week end fra parassiti incongruenti in veste launge- aperitivo politically correct, consiglio la visione di "NELLA VALLE DI ELAH".
Insolito, non scontato, realistico, raggelante.
L’America mangia la propria merda e ti offre di condividerne il puzzo cosicché ai pacifisti risulti più semplice puntare il dito contro stelle e strisce. Se non dividi il mondo fra buoni e cattivi, come cacchio fai a svegliarti la mattina sereno di stare dalla parte giusta?
E’ la storia di un padre, come troppi, che vede nel figlio solo ciò che desidera vedere, nel timore profondo di inorridire di fronte al marciume che può scaturire dalla paura.
Sullo sfondo la missione in Iraq, ma non è solo un film di guerra, anzi, non lo è affatto.
In primo piano un giallo intricato, un omicidio, ma non direi solo un poliziesco in ambiente militare.
E’ un film sulla natura dell’uomo ed un’analisi magistrale su che cosa sia ed a cosa conduca il sentimento della paura.
REGIA di Paul Haggis con Tommy Lee Jones, Susan Sarandon e Charlize Theron.
MAGISTRALE
Finalmente un week end di stimolo intellettuale. Grazie ad Alberto Princis. La Festa della Cultura DIS _ ORIENTI mi si addice molto. Non solo perché sono dis _ orientata -e questo è un fatto - ma perché affronta tematiche che sento davvero vicine. Ieri grossa delusione. La presentazione del libro “Vicini da Morire” di Pino Corrias sulla strage di Erba. Oggi grande emozione. La conversazione tra Luigi Perissinotto (docente di Filosofia del Linguaggio all’Università di Venezia) e Silvio Cumpeta, (filosofo e poeta, oltre che storico e narratore) dal titolo: “Perché orientarsi”? La ragione per cui ho seguito rapita la loro conversazione è duplice. Da un lato perché Perissinotto è uno dei massimi studiosi di Wittgenstein e io con Wittgenstein ho litigato parecchio ai tempi dell’Università. Per modo di dire …. Insomma: un mattone. Non ho superato al primo colpo l’esame di semantica centrato sul suo fucking “Tractatus“. Anzi, se non ricordo male, credo di averlo tentato due volte. Mi stroncavano sempre. Vi sfido a leggerlo. Dall'altro lato perché mi sono davvero divertita ad ascoltare l’intervento di Perissinotto alla presentazione di Corrias. Il titolo del suo libro “Vicini da morire“, almeno in me, aveva generato curiosità e grandi aspettative e pensavo l’autore affrontasse il tema della strage di Erba da un punto di vista più psicologico e sociologico che cronachistico - investigativo. Inotre, e non me ne voglia Tonino Barba, ma la sua introduzione era piuttosto noiosetta. Ad un cero punto, quando si discuteva il perché e il per come dell’efferato pluri omicidio dei coniugi, Perissinotto interviene e, fra le altre cose, chiede: “ Ma perché occuparsene?”. Un minuto di gelo. Sì, perché la domanda sembra proprio voler distruggere il giornalista ed il suo minuzioso lavoro. In realtà, al di là dell’ovvia provocazione (almeno questa è la mia lettura), immagino Perissinotto si riferisse al fatto che dovrebbe occuparsene la magistratura . Ho detto: “Questo è un gran figo!”. Ed oggi infatti non mi ha deluso. Per quanto l’approccio all’orientamento (la filosofia vista come capacità di orientamento) di Perissinotto e quello di Cumpeta fossero davvero diversi ed egualmente dis_orientanti, ho sentito bollire il sangue. Fa bene svitare la ratio, dormienti come siamo. Grazie Alberto.
Aperitivo domenicale al Golf Club di Capriva con un mio adorabile compagno di merende, Luca, che quando ci vediamo (per fortuna circa una volta all'anno) finisce molto male. Povero fegato......
Quelli bravi, invece, che si svegliano la mattina presto e vanno a dormire presto perchè il giorno dopo, loro, giocano, se ne stanno fra i vigneti. In effetti è difficile biasimarli: il Collio goriziano tinto dai colori caldi dell'autunno è assolutamente splendido. Resta il fatto che io preferisco di gran lunga la barriera corallina del Mar Rosso. Ubi maior, minor cessat.
Hanno creato il poster più grande al mondo. Ad Abu Dhabi, of course. Campagna di beneficenza a
favore della CROCE ROSSA.
Tutti possono partecipare inviando la propria fotografia attraverso il sito di SOROUH così la tua faccia verrà spiaccicata sul mega poster qui a fianco.
Ogni foto caricata donerà un dollaro alla Croce Rossa.
Send! Send! Send!
"Prenez soin de vous" ("Prenditi cura di te").
La scritta campeggia all'ingresso del Padiglione Francia. L'opera di Sophie Calle è composta da 165 fotografie, testi ed immagini, tutti legati ad una lettera d'amore, una lettera dolorosa. Calle presenta 165 immagini di donne che leggono la stessa lettera e la interpretano, la vivono, la comunicano in modo diverso. Donne giudice, sociologhe, capitano di polizia, storiche, sessuologhe, cacciatrici di teste, tanto per nominarne alcune. E alle foto che le ritraggono durante la lettura, nei luoghi più diversi, seguono filmati delle stesse donne che la interpretano e gigantografie degli appunti, diverse versioni della stessa lettera in linguaggi diversi, dal brail alla stenografia, dalle lingue diverse alle grafologie più diverse. Eppure della stessa lettera si tratta. Il tutto risulta estremamente eterogeneo ed affascinante e, a mio modo di vedere, trasforma l'unicità della lettera disperdendola nella moltiplicità dei punti prospettici. Punti di vista femminili.
Buren è il coordinatore della mostra.
Insieme al padiglione Russia, di cui prima, decisamente qui un altro momento di grande emozione.
Padiglione Russia
Musica di Wagner tuona e si ferma, corpi androgini indossano abiti militari in pose che rievocano la scultura classica, religiosa, l' iconografia della salvezza. Paesaggi post atomici, animazione minuziosa, drammatica, surreale. Fra la pulizia metafisica di De Chirico, la terra di Siena di molti Dalì mixati a Mad Max hollywoodiano, con chiari riferimenti alle opere di Michelangelo.
Autori: AES+F (Tatiana Arzamasova, Lev Evzovich, Evengy Svytasky + Vladimir Fridkes)
STRAORDINARIO
Il secondo piano di Palazzo Grassi ospita “Extracurricular activity project reconstruction (domestic scene)” di Mike kelley, americano di Los Angeles, classe 1954. Avvicinarsi all’arte concettuale non è semplice. ("Cos te va a vedèr? Cessi picai?" - riferendosi a Duchamp- diceva mio padre......) Soprattutto perché condizionati - volenti o nolenti - da anni di fruizione del figurativo che rimane base fuorviante ma sedimentata dell’approccio classico alla visita al museo. Siamo cioè abituati ad entrare in una sala per ammirare un’opera che è ciò che mostra, ma quando l’opera non è ciò che mostra, ed anzi è destrutturata, scomposta in video, suoni e macroinstallazioni, l’iter fruitivo diviene davvero complesso. Tutti i sensi ( e dunque non solo la vista), zone profonde della sfera emotiva, vengono sollecitati. Detto questo, io giudico i risultati ed ammetto che da anni non provavo uno scossone interiore simile in una sala museale come quando mi sono imbattuta nell’opera di Kelley. Entri in un enorme salone ma ti ritrovi schiacciato verso la parete di destra. Lo sguardo si sposta velocemente da due immagini di teatro incorniciate ( seppia, bianco e nero che sembrano tratte da una piece di Tennessee Williams, alla Tram del desiderio, per intenderci) al video. Su plasma screen che pare dar vita a quelle immagini. Sono stata calamitata dal dialogo crudo, veloce, violento tra i due personaggi. Uno non ricorda come sia finito in quella stanza e l’altro, dominante, crudele, sadico, lo induce a poco a poco a comprendere la condizione di suo puro oggetto sessuale. Ad un certo punto la “vittima” chiede di poter sfiorare almeno una volta una scultura posta al centro della stanza. “What’s that THING?”- chiede mesto. E l’altro, infervorato, urla: “This is not a thing, YOU are the THING!” -umiliandolo. Tu sei la cosa, tu sei l’oggetto, riducendolo proprio a corpo usabile ed ideale perché privo di memoria e dunque debole. Il cortometraggio si conclude con “YOUR ASS IS MINE” - slogan che per altro proporrei a quelli di De Puta Madre per le loro magliette oscene!-. Superato un corridoio ci si ritrova di botto in un ambiente che ripropone pari pari la stanza del video. E ti prende l’angoscia. Non ci sono gli attori in scena, ma il timore della sodomia alle spalle resta. Potente il senso claustofobico. La genialità sta nell’epifania finale. Sì, perché in realtà tale ambientazione è tratta da quella di una recita scolastica (vedi i quadri all’ingresso) che non ha nulla a che vedere con le tematiche sviluppate nel video. Cioè la storia gay viene da Kelley rovesciata in un contenitore -stanza che non le appartiene affatto. Ecco quindi un ulteriore senso di spaesamento e la certezza di voler uscire da quella stanza il prima possibile. BLOODY MARVELLOUS.
Con una cantina vini a dir poco emozionante, ricavata fra mura etrusche, La Taverna di S. Giuseppe vi regala un'esperienza enogastronomica indimenticabile.
Accoglienza familiare, gentilezza e simpatia tipicamente toscana, con la "CH" aspirata, carne chianina DIVINA e funghi porcini troppo buoni.
Non vedo l'ora di tornarci........
Ricorrono quest'anno i 50 anni della Collezione Palio che Pucci presentò, con grande successo, alle sfilate nella Sala Bianca di Palazzo Pitti.
"Può sembrare strano che abbia scelto un tema così remoto per il mio lavoro che ha un sapore così moderno, ma io, artigiano fiorentino di oggi, mi sento molto vicino agli artigiani del Tre e del Quattrocento ed è proprio l'elemento medievale del Palio con la sua ricchezza di motivi geometrici e di colore che mi ha affascinato"- così diceva Pucci nel comunicato stampa di allora.
In collaborazione con il Comune di Siena e con la Fondazione Archivio Emilio Pucci di Firenze, fino al 9 settembre a PALAZZO SQUARCIALUPI a Siena potete visitare una mostra straordinariamente evocativa.